E che Thailandia sia.

E’ difficile buttar giù delle righe che non celino emozione ed annessa commozione, quando il fulcro di queste è proprio la Thailandia. Terra dagli incommensurabili valori, Terra del Sorriso. Terra protagonista di un’antitesi perfetta di paesaggi frammisti a sensazioni.

Sì, un’antitesi perfetta: mi piace ripeterlo, e mi piace anche spiegare il perché, ogni volta che mi si chiede il motivo di questa affermazione.

Prendiamo Bangkok, ad esempio. Bangkok ha la capacità di catapultarti rigorosamente in un circolo vizioso. La prima impressione è logorante. Enormi strade a tre – quattro corsie sovraccariche di auto, tuk tuk, taxi, l’odore nauseabondo di smog nell’aria, gli abitanti costretti ad indossare le mascherine, rumore di traffico e di una città sempre in movimento. Cavi della corrente elettrica posti all’esterno dei palazzi, a volte in preda a scintille e corto circuito a causa delle brevi ma incessanti piogge che caratterizzano il clima tropicale. Tubi della fogna gocciolanti. Urbanisticamente fitta, popolosa: soffocante. Grattacieli di vetro dal design minimalista, costruzioni imponenti  dalle geometrie più strane, centri commerciali.

I Tuk Tuk, tipici taxi thailandesi.

Il segreto è perdersi. Perdersi concede di scoprire sfaccettature di Bangkok che, all’inizio, lasciano perplessi, ma che sono essenziali per addentrarsi nella cultura Thailandese.

I marciapiedi sono colmi di lavoratori ambulanti a cielo aperto: calzolai, fruttivendoli, mercanti di amuleti e monetine, fiorai, cuochi e venditori di street food. Veri mercati non convenzionali che si trovano per caso, nei vicoli, nelle strade, nelle zone di passaggio dei pendolari o tranquillamente su un qualsiasi marciapiede, che colorano vivacemente il grigiume del traffico e dei palazzoni, profumandolo di pad thai, di curry verde, di noodels, di yam (insalate agrodolci), di frutta tropicale e spezie.

Calzolaio, sul marciapiede.
Donna thailandese che lavora un tappeto.

Ed è proprio perdendosi, e distraendosi tra questi profumi, che ci si accorge bruscamente che ad interrompere lo skyline dei palazzi high tech vi sono i chedi, monumenti spirituali buddhisti, simbolo della mente illuminata: indicano che siete arrivati al tempio. Di templi a Bangkok ce ne sono tantissimi, distribuiti nella città a testimoniare anni ed anni di storia e di religione buddhista e induista, che pavoneggiano incantata e sfavillante bellezza curata in ogni dettaglio.

Wat Pho, Bangkok.

In qualsiasi tempio vi si accinge ad entrare, si viene pervasi da una strana sensazione di improvvisa serenità e quiete. Varcato l’ingresso, sembra di lasciar fuori tutto il caos, i rumori, la frenesia ed i problemi, per far spazio ad un’oasi di pace esteriore ed interiore. I colori cambiano, si fanno vivaci, brillanti al Sole tropicale, mosaici di qualsiasi tinta in contrasto con i muri bianchi, con il verde dei giardini. E a far da cornice a questo quadro meraviglioso, ci sono i monaci, con le loro tuniche color arancio, a dare la benedizione.

E’ forse proprio questa, principalmente, la maggiore contraddizione dei sensi che ho vissuto in Thailandia.

Dopo esser entrata nel primo tempio, il Wat Pho di Bangkok, ho costantemente sentito il bisogno di entrarci in qualsiasi altro mi si presentasse davanti durante tutto il viaggio in Thailandia. Avevo bisogno di quell’oasi di pace che solo i templi hanno saputo regalarmi, lasciando fuori le scarpe, oltre a tutte le preoccupazioni. E’ proprio così che vivono i Thailandesi: senza preoccupazioni. Il loro motto è Mai Pen Rai, e significa proprio questo, non preoccuparsi, non allarmarsi, vivere serenamente anche di fronte ai problemi.

Wat Phra Kaew, Bangkok.

Ho iniziato a comprendere, dunque, perché viene chiamata Terra del Sorriso. Qui le preoccupazioni non esistono, si vive felici, tranquilli, non ci si allarma per problemi risolvibili o di poco conto. Si vive di poco e con poco, e si è rispettosi del prossimo e fieri della propria Terra. In qualsiasi parte della Thailandia andiate, ci sarà sempre qualcuno che vi accoglierà salutandovi con un Sawasdee Ka, un sorriso e le mani giunte, e ci sarà sempre qualcuno che vi ringrazierà con un Kop Khun Khaa. Ci sarà sempre un bambino con gli occhi a mandorla che vi farà le feste se gli donerete una caramella o il sapone. Sempre.

Ma le oasi di pace, in Thailandia, si trovano anche in natura. Scostandosi dalla fitta e trafficata Bangkok, si trovano paesaggi inestimabili, dalla vegetazione lussureggiante, sia a Nord che a Sud. Il Triangolo d’Oro ne è un esempio, una zona a Settentrione nella provincia di Chiang Rai che, mediante il fiume Mekong, unisce la Thailandia con il Laos e la Birmania. Dolci colline verdi sullo sfondo, e, tutt’intorno, la foresta monsonica e la foresta pluviale, coltivazioni di orchidee e di fiori di loto, villaggi tribali e capanne in paglia delle donne Karen (le cosiddette donne giraffa), risaie brillanti ed estese.

Bambina thailandese della tribù Karen Karen (donne giraffa).
Donne che filtrano il riso. Chiang Mai.
Portrait, a Karen Woman.

La foresta vanta una flora ed una fauna non indifferenti, nella quale ci si può immergere grazie a tour guidati di varie associazioni del posto. Ed, in tal proposito, un’altra contraddizione che ho rilevato in Thailandia è stata proprio quella inerente alla questione elefanti.

L’elefante rappresenta l’animale sacro per eccellenza sia nel Buddhismo che nell’Induismo, divenuto il simbolo nazionale, rappresentato ovunque, e al quale il Governo thailandese ha dedicato anche una giornata di festa nazionale. Purtroppo però, per incentivare il turismo, si è assistiti ad una rapida estinzione degli elefanti nelle foreste, rinchiusi ormai negli Elephant Camp  che permettono al turista di assistere a spettacoli circensi e di intrattenimento, o di effettuare giri turistici a bordo degli elefanti nella giungla. Questo significa duro addestramento, duro lavoro e grande fatica, in una sola parola: sfruttamento. Chiedersi il motivo di tale scempio è inopportuno, in quanto i vari Elephant Campi si sono evoluti proprio parallelamente all’ascesa del turismo nel Nord della Thailandia. Mi piace pensare, però, che a seguito dell’estinzione di questi animali, molti Elephant Camp abbiano cambiato la teoria di guadagno diventando sostenibili, ossia proponendo ai turisti del tempo da trascorrere con gli elefanti liberi, semplicemente dandogli del cibo, accarezzandoli, scattando fotografie, al posto di spettacoli circensi abbastanza tristi dove appaiono anche incatenati.

Insomma la Thailandia è una Terra meravigliosa, ricca di contraddizioni ma anche di estasiante ed indescrivibile bellezza. Esteriore ed interiore. Almeno una volta nella vita bisognerebbe andarci, e farsi cullare dal suo dolce e misterioso fascino asiatico. Bisogna solo capirla, curiosarla, immedesimarsi. E saprà ripagarvi con ricordi indelebili.

E ricordatevi di sorridere sempre. Mai Pen Rai 🙂

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