Era una tipica serata sul Bosforo, con la sua atmosfera languida, il suo sfarzo e le sue miserie, i suoi profumi e il suo sentore di marcio. La poesia, come nei paesaggi di Istanbul, era in gran parte artificiosa, ma c’era anche qualche raro momento che non dipendeva dalla volontà dell’uomo.”

Mi piace ricordare così Istanbul, con questa frase di Georges Simenon, che ne descrive perfettamente l’anima. O le due anime. Sì, perché Istanbul ha davvero due anime. Ha il fascino sublime della terra di mezzo, culla di due culture, di due continenti, di due colori in antitesi tra loro.

 

Le vicende terroristiche degli ultimi tempi l’hanno violentata, deturpata, ferita; l’hanno spennellata del rosso del sangue versato dalle vittime e del nero della paura che ha pervaso la popolazione. L’hanno farcita con lacrime amare, con spazi vuoti, con adesivi sparsi per le strade che ne manifestano l’intolleranza, il malcontento: “malediciamo il terrorismo”.

Istanbul ormai è satura, spazientita, annerita.

La sua versatilità e la sua storia, i suoi cromatismi assoluti, lo charme orientaleggiante con un piede nell’Europa, per anni l’hanno resa la sesta città più visitata al mondo. Ma oggi, definita una delle città da evitare a priori, perché borderline, perché in continua rappresaglia, perché azzardata ed ormai moralmente deleteria.

Ma quanto è bella Istanbul lo sa solo chi lì ci ha messo piede, chi si è perduto tra i quartieri, a tratti sfarzosi a tratti fatiscenti, chi ha assaporato il gusto delle sue due anime. La mia è un’ode spassionata alla sua bellezza, perché forse una delle città più belle che i miei occhi abbiano veduto.

La ricordo così, nei miei pensieri.

Istanbul abbraccia due continenti, l’Asia e l’Europa, congiunti dallo stretto del Bosforo, unico punto di comunicazione tra il Mar Nero ed il Mar di Marmara. E proprio per questo Istanbul possiede due anime. L’essenza asiatica, orientale, la si riconosce dapprima nel canto del muezzin che riempie l’aria. Poi nei colori.

Nei grandi e piccoli bazaar distribuiti maniacalmente per tutta la città, nel profumo seducente che inebria il mercato delle spezie, nei salotti gremiti di tappeti variopinti, nei commercianti che srotolano pashmine ai turisti. Nei lampadari: quei famosi lampadari a mongolfiera di cui è impossibile non innamorarsi, fatti di mosaici e di frammenti di specchi, che brillano alla luce del sole, così perfetti che sembrano splendere dalla loro immane bellezza.

E poi il pellame: lo riconosci dall’odore pungente, di scarpe, borse, valige, souvenir, che invade le strade.

Istanbul primeggia per il suo skyline, riconoscibile dagli innumerevoli minareti e dalle cupole, che indicano la sottostante presenza di una moschea. Le moschee di Istanbul sono tantissime, quelle più maestose ed imponenti sono la famosa Agya Sofia e, quasi adiacente, la Moschea Blu. Quello che le accomuna al loro esterno è il gesto che eseguono i credenti prima di entrarci: si tolgono le scarpe, le ripongono sul pavimento o in un sacchetto, e si lavano i piedi, per non entrarci da impuri.

Le donne si coprono il volto con un velo, o le spalle con una mantella: anch’essi colorati.

E, all’interno: tappeti immensi a ricoprire l’area della moschea, vetrate ampie che conferiscono luminosità, decorazioni, a volte anche in oro, lampadari che dal soffitto si stagliano fino ad arrivare ad altezza d’uomo. E silenzio, smorzato solo dall’inizio della preghiera, quando tutte le voci si unificano in una e le donne si separano dagli uomini.

Questo dedalo di colori contrasta con l’essenza grigia di Istanbul. Sia perché urbanisticamente fitta e popolosa, trafficata, satura di edifici e palazzi, sia per alcuni aspetti non proprio complementari che però coesistono indisturbati tra loro.

Ne è un esempio il degrado e la fatiscenza di alcuni quartieri, con palazzi ridotti a macerie, frammisto a vicoli dello stesso quartiere bellissimi, ricchi di palazzi con facciate colorate o comunque curate nei dettagli. Sulthanamet ne è l’esempio eclatante: alterna eleganza a degrado, a pochi passi l’un dall’altro.

Altro esempio ne è la povertà assoluta, che spinge gli abitanti a chiedere la carità o a dormire per strada, sui marciapiedi e sulle panchine delle vie centrali. L’accentuato contrasto tra lo sfarzo privilegiato delle moschee, e queste scene di vita decadente al loro esterno.

Istanbul, tra l’altro, o meglio l’antica Costantinopoli, vanta oltre quattro secoli di storia Ottomana, raccontata passo dopo passo nel palazzo Topkapi, oggi uno dei musei più famosi al mondo, in riva al Corno d’Oro.

Passeggiando al suo interno, tra reliquie di profeti (tra i quali Maometto), gemme preziose, scritte arabe, pugnali ed opere d’arte, si materializza davanti agli occhi la vita di un tempo, quando Sultani e odalische popolavano le tre corti in cui si suddivide il Palazzo, oltre all’Harem, la “zona proibita” dove il Sultano viveva con la sua famiglia.

Ed è proprio dalla tradizione ottomana che derivano gli Hammam di cui Istanbul è puntellata. Gli odierni “bagni turchi” che, un tempo, costituivano veri e propri luoghi di ritrovo al cui interno venivano celebrati anche riti importanti. Lo scopo principale degli Hammam non era il benessere, ma il lavarsi, inteso come purificarsi: gesto compiuto tutt’oggi ancora all’esterno delle moschee, praticamente una delle ossessioni islamiche. Le Hammam riecheggiano l’Oriente, al loro interno vantano mosaici pazzeschi, oltre alla classica struttura a cupola con piattaforme di marmo alla base, per ricevere i diversi trattamenti.

E, a far da cornice a questa eterogeneità, una presenza costante, e fissa: i gatti. La figura del gatto la si trova ovunque, ad Istanbul, e non parlo di sculture o rappresentazioni, ma di gatti veri e propri: sembra che siano i santi protettori di questa città, si trovano ovunque.

Si narra che il gatto sia un animale sacro per la religione islamica, in quanto Maometto fu salvato dall’attacco di un serpente proprio dalla sua gatta. Gli istanbulioti considerano i gatti che si presentano alla porta della loro casa, un “Tanri Misafiri”, ossia un dono di Dio, e vengono accolti con amore e dedizione.

Istanbul ha davvero lasciato il segno.

Mi fa male pensare a quanto le vicende terroristiche degli ultimi tempi abbiano sbigottito il clima di tranquillità e pace che regnava indiscusso nella città. Mi fa male pensare che una capitale così ricca di bellezze e di storia, non possa più vivere facendo affidamento su uno dei suoi grandi pilastri principali fonte di ricchezza e di commercio, quali il turismo. E mi dispiace tanto per chi non ha avuto il piacere e la fortuna e, forse, non avrà mai il coraggio di godersela con i propri occhi, impaurito dalla tirannia color rosso sangue che l’ha sporcata ultimamente.

 

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