Sono tornata a Budapest per la seconda volta in occasione dei “Mercatini di Natale più belli d’Europa”.

Sono tornata a Budapest consapevole di averla già esplorata tutta quanta, in lungo e in largo.

Sono tornata a Budapest ignara di quello che la prima volta, in realtà, mi ero persa, di così forte e toccante.

Soffocato dalle strade dello shopping parallele gremite di turisti che sorseggiano il Gluhwein per sopperire ai -7 gradi, distratto dalle botteghine di legno addobbate a festa e cariche di lucine in piazza Vorosmarty, e sormontato da palazzi e palazzoni con affaccio sul Danubio, si cela il ricordo di una triste ed amara realtà che ha segnato e segnerà per sempre la storia di quegli anni, chiamata SHOAH.

Quello di cui parlo è un monumento insolito, lungo quanto sessanta paia di scarpe di bronzo allineate una accanto all’altra su di una banchina, a picco sul Danubio.

Le vedi lì, inchiodate per terra, annerite, arrugginite, consumate dal tempo. Arrese alla loro straziante storia, logorate dal freddo e dalle intemperie. Amare, come il sapore che lasciano.

Il Terrore ungherese dell’epoca si chiamava Partito delle Croci Frecciate, fedelissimo collaboratore dei nazisti, addetto allo sterminio ebreo della Seconda Guerra Mondiale in Ungheria. Quello che gli fu concesso è stato alquanto terrificante: gli ebrei ungheresi venivano sequestrati dapprima nelle loro case, nel loro ghetto, per poi esser derubati di ogni avere, lasciati lì a morire di fame e di freddo, a deperire, ad ammalarsi. Quelli che riuscivano a sopravvivere venivano trasportati sulla sponda del Danubio.

Per loro, niente fosse comuni, niente campi di concentramento.

Costringerli a togliersi le scarpe era la cosa più importante, simbolo della perdita della libertà di fuga.

Dopodiché venivano allineati e legati a gruppi di tre. Tre ebrei per volta, sulla sponda del Danubio. Il più fortunato era quello che occupava il posto centrale: veniva freddato con un colpo al cranio, e gettato nel fiume. Gli altri due, fiondavano giù insieme a lui, ancora vivi e consapevoli, condannati ad annegare, mentre il cadavere a cui erano legati li trascinava giù.

Il Danubio, complice di un massacro così atroce e vile. Complice di un pezzo di storia così cruda ed ormai indelebile.

Le scarpe. Sembrano così maledettamente vere, come se il tempo non fosse passato. Guardarle scorrere sotto gli occhi riempite di fiori e di preghiere, turba l’anima. Come se quella gente fosse ancora lì presente, a camminare baciata dal vento.

Budapest non dimentica.

L’umanità, neanche.

1 Comment

  1. Ludovagare Reply

    Sono giorni che leggo qua e là per prepararmi a Budapest, e oggi te mi hai fatto venire una stretta allo stomaco. Era vera, fisica, un brivido.
    Budapest non dimentica, e nemmeno le anime sensibili dei viaggiatori.

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